Una studentessa di Berkeley racconta l’inferno climatico nelle fabbriche tessili del Bangladesh

Ottobre 7, 2025 · Cultura

Cara Schulte, dottoranda al quarto anno presso la School of Public Health dell’Università della California, Berkeley, ha trascorso sei mesi in Bangladesh per documentare le condizioni estreme in cui lavorano migliaia di operai del settore tessile, uno dei più colpiti al mondo dagli effetti della crisi climatica.

Durante la sua ricerca per l’organizzazione Climate Rights International, Schulte ha raccolto testimonianze e dati che mostrano come l’aumento delle temperature, l’umidità soffocante e le ondate di calore sempre più frequenti stiano trasformando i luoghi di lavoro in vere e proprie trappole climatiche. «Questi lavoratori stanno affrontando gli orrori dell’ingiustizia climatica», spiega la ricercatrice. «Sopportano condizioni insostenibili, spesso senza aria condizionata, con turni estenuanti e salari che non permettono nemmeno di coprire le cure mediche necessarie».

Le fabbriche di abbigliamento del Bangladesh sono al centro di un sistema produttivo globale che rifornisce le più grandi marche occidentali. Ma dietro i prezzi bassi della fast fashion si nascondono ambienti di lavoro che raggiungono temperature di oltre 40 gradi Celsius, con livelli di umidità che superano il 90%. In questi contesti, la produttività resta un imperativo assoluto: chi rallenta, rischia il licenziamento.

Schulte racconta di aver visto lavoratori svenire per il calore e ricevere assistenza minima, se non nulla. Molti tornano comunque al lavoro il giorno successivo, per timore di perdere l’unica fonte di reddito. «Il corpo diventa una risorsa sacrificabile», spiega la studentessa. «Le persone sono trattate come parte di una catena industriale, non come esseri umani che stanno letteralmente soffocando».

La ricercatrice sottolinea anche la dimensione di genere di questa crisi: la maggior parte degli operai tessili sono donne, spesso giovani, che subiscono il peso combinato della povertà, della discriminazione e dei cambiamenti climatici. Le condizioni sanitarie sono aggravate dalla mancanza di ventilazione, dall’assenza di acqua potabile e da esposizioni prolungate a sostanze chimiche usate nei processi di tintura e trattamento dei tessuti.

Oltre a documentare le condizioni fisiche, Schulte ha analizzato il legame tra il riscaldamento globale e l’organizzazione economica del lavoro. Le ondate di calore, che stanno diventando sempre più intense e prolungate, non solo riducono la produttività, ma amplificano le disuguaglianze globali: i Paesi industrializzati, principali responsabili delle emissioni, scaricano gli effetti più gravi del cambiamento climatico proprio sui lavoratori del Sud del mondo.

Il suo progetto di ricerca, intitolato Six Months in Climate Hell, combina interviste, fotografie e dati ambientali per mostrare l’impatto umano della crisi climatica nel settore tessile. Attraverso questo lavoro, Schulte mira a sensibilizzare sia le istituzioni internazionali sia i consumatori, affinché comprendano che ogni capo di abbigliamento a basso costo ha un prezzo nascosto pagato da chi lavora in condizioni estreme.

«Il cambiamento climatico non è solo una questione di temperatura o di emissioni: è una questione di giustizia sociale», afferma. «Finché le aziende non affronteranno la responsabilità di garantire ambienti di lavoro sicuri, continueremo a vedere persone morire di caldo per produrre i vestiti che indossiamo ogni giorno».

La ricerca di Schulte è un monito potente: dietro la moda globale si cela un “inferno climatico” che non può più essere ignorato. Il suo lavoro, al crocevia tra salute pubblica, diritti umani e sostenibilità, invita a ripensare radicalmente il modo in cui il mondo produce, consuma e distribuisce ricchezza in un pianeta che si surriscalda sempre di più.

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