La mente dei musicisti: come l’allenamento musicale potenzia l’attenzione

Ottobre 7, 2025 · Scienza

In un mondo pieno di suoni e distrazioni, la capacità di concentrarsi su ciò che conta davvero è fondamentale. Secondo una nuova ricerca condotta al McGovern Institute for Brain Research del MIT, chi ha una formazione musicale possiede un vantaggio naturale in questo campo. L’allenamento musicale, infatti, sembra affinare i meccanismi neurali che permettono di amplificare i suoni rilevanti e di “silenziare” quelli superflui.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Science Advances e realizzato in collaborazione con il Karolinska Institute di Stoccolma, è stato guidato dalla neuroscienziata Cassia Low Manting, insieme ai professori John Gabrieli e Dimitrios Pantazis del MIT. I ricercatori hanno osservato, attraverso tecniche avanzate di neuroimaging, cosa accade nel cervello quando una persona cerca di concentrarsi su una specifica melodia mentre un’altra viene riprodotta simultaneamente.

I risultati sono chiari: i partecipanti con esperienza musicale riuscivano a seguire meglio la melodia “bersaglio”, distinguendola da quella di disturbo. L’analisi dell’attività cerebrale ha mostrato che questo vantaggio deriva da un maggiore controllo dei circuiti neurali legati all’attenzione selettiva. In sostanza, l’allenamento musicale potenzia la capacità del cervello di filtrare e prioritizzare i suoni.

“Le persone possono percepire e dare significato a più suoni contemporaneamente, ma il cervello deve decidere a cosa prestare attenzione in ogni istante,” spiega Gabrieli. “Questo studio mostra come la mente riesca a gestire suoni simultanei e come l’esperienza musicale modifichi tali processi.”

Studiare l’attenzione uditiva non è semplice: quando si registrano i segnali cerebrali, le risposte a tutti i suoni tendono a sovrapporsi. Per superare questa difficoltà, il team ha utilizzato una tecnica innovativa chiamata frequency tagging. Invece di mantenere costante il volume delle melodie, i ricercatori lo hanno fatto oscillare a frequenze diverse per ciascun brano. Così, l’attività cerebrale poteva essere associata in modo preciso a una melodia specifica: per esempio, un segnale a 39 Hertz indicava la risposta al suono più grave, mentre uno a 43 Hertz corrispondeva al suono più acuto.

Grazie a questa metodologia e all’uso della magnetoencefalografia (MEG), una tecnica non invasiva che misura i campi magnetici prodotti dall’attività neuronale, gli studiosi hanno potuto tracciare in tempo reale la reazione del cervello ai due brani. Ai partecipanti veniva chiesto di concentrarsi su una delle melodie e, al termine, di riconoscere se le ultime note si alzavano o si abbassavano. I test venivano resi più difficili avvicinando le altezze delle due melodie o modificando il ritmo delle note.

Per interpretare i dati, i ricercatori hanno sviluppato un modello di machine learning in grado di distinguere i meccanismi cerebrali coinvolti nell’attenzione “dall’alto verso il basso” (top-down) e in quella “dal basso verso l’alto” (bottom-up). La prima è una forma di attenzione volontaria e direzionata da un obiettivo, come seguire una melodia precisa. La seconda, invece, è una risposta automatica a stimoli improvvisi o salienti, come il suono di un allarme.

I risultati mostrano che i musicisti riescono a modulare meglio l’attenzione top-down, mantenendo il focus sul compito e resistendo alle distrazioni. Chi ha poca esperienza musicale, al contrario, tende a essere più influenzato dagli stimoli sonori esterni. “Più una persona è musicale, più è capace di mantenere la concentrazione sul suono che conta e meno viene distratta,” spiega Manting.

Questo vantaggio cognitivo non si limita alla musica. I ricercatori ipotizzano che i musicisti siano più abili anche nel concentrarsi in ambienti rumorosi, come una conversazione in una stanza affollata. Manting, che suona pianoforte e arpa cinese, ammette però che un tipo di distrazione rimane difficile da ignorare: il suono del proprio strumento. “È come sentire qualcuno che pronuncia il mio nome,” racconta sorridendo.

La ricerca apre nuove prospettive sul modo in cui l’esperienza musicale può modellare il cervello e migliorare capacità cognitive fondamentali come l’attenzione. In futuro, il team del MIT e del Karolinska Institute intende approfondire come l’allenamento musicale influenzi altri aspetti della percezione e della memoria uditiva, offrendo ulteriori prove di come la musica sia una palestra straordinaria per la mente umana.

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